Iscriviti adesso! -10% con il codice WELCOME10

Tra accuse di lesa maestà, improbabili complotti sulla melanina e nostalgie infantili per i passaggi mancanti, l’Odissea di Nolan ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’indignazione facile. Questo scritto è l’anatomia di un (presunto) sacrilegio cinematografico. È un viaggio affilato che smonta, pezzo per pezzo, le obiezioni dei finti difensori della filologia — quelli che scambiano il Mito per un verbale di polizia — per celebrare invece la potenza di un’opera coraggiosa. Perché se da un lato piangiamo l’assenza di Nausicaa e del tranello del letto nuziale, dall’altro dobbiamo arrenderci a una verità che terrorizza i mediocri: per restare intimamente fedeli a un classico, a volte, è assolutamente necessario tradirlo.
Da modesto chiosatore di testi antichi, nonché frequentatore assiduo di grammatiche e dizionari, confesso un certo sgomento. Leggo in giro le invettive contro l’Odissea di Christopher Nolan e sorrido, di quel sorriso amaro di chi vede sventolare la logora bandiera della “fedeltà a Omero” da parte di chi, Omero, lo ha forse incrociato per sbaglio in un bignami scolastico.
Siete dei puristi, d’accordo. Lo capisco e per certi versi vi compatisco. Ma siete dei puristi senza puré: vi manca la sostanza, vi manca l’amido della vera conoscenza filologica. Siete ossessionati dal contare le differenze con il testo, brandendo il pallottoliere al posto della critica.
Vi svelo un segreto, cari esegeti della domenica: noi non possediamo un originale intoccabile. Quella che blaterate essere la “vera” Odissea è il precipitato chimico di secoli di tradizione orale, un palinsesto fluido tramandato da aedi che cucivano e scucivano esametri a seconda del banchetto. Pretendere un’esegesi letterale e notarile dal cinema significa, paradossalmente, sputare proprio su quella natura metamorfica che è l’essenza stessa dell’epos. Significa dimenticare il mestiere che proviamo a insegnare nelle aule.
Nolan, al contrario dei contabili della filologia, il cuore sanguinolento del poema lo ha centrato in pieno. Il suo Odisseo — un Matt Damon che sulle prime, lo ammetto, mi era parso persino troppo sottotono, per poi rivelarsi di una coerenza drammaturgica ferocemente esatta — non è la macchietta dell’eroe furbetto. È il reduce. È l’uomo scarnificato dalla guerra, che sulle ceneri di Troia ha bruciato la propria umanità e scopre che il trionfo è solo fumo. Il suo nóstos non è una gita a ostacoli, ma una faticosa, straziante ricostruzione del proprio asse morale. È il passaggio dall’eroe assetato di sangue all’uomo che capisce che l’unica, vera grandezza risiede nel custodire i propri affetti.
E in questa architettura si incastona la gemma di Penelope. Niente donnicciola in attesa, niente statuina passiva che tesse e disfa. Nolan non ha bisogno di “attualizzarla” con posticce spennellate modaiole: la restituisce per ciò che è. L’altra metà di Odisseo, il suo ancoraggio, il luogo in cui l’errare trova finalmente un baricentro. Il loro rapporto parla di reciprocità e di forza pura. È moderna perché, signori miei, l’eterno non invecchia.
Ma veniamo allo scandalo, al nervo scoperto che ha fatto stracciare le vesti ai nostri puristi da salotto: Elena e Clitennestra interpretate da attrici nere. Davvero la vostra miopia si ferma alla quota di melanina? Io vi invito a inforcare gli occhiali della semiotica, se ne siete capaci. Nell’immaginario collettivo occidentale, il corpo della donna nera porta inscritta una lunga, tragica cicatrice di oppressione, dominio e privazione della libertà. Elena e Clitennestra, pur separate da abissi caratteriali, sono accomunate da un destino feroce: sono pedine, carne da macello barattata, contesa, torturata e sacrificata sull’altare di logiche di potere squisitamente maschili. In questa prospettiva, il casting non cancella il mito: lo stratifica. Gli inietta un ulteriore livello di lettura. Il mito, mettetevelo in testa, non è un verbale di polizia o una cronaca locale: è un serbatoio di simboli. E se vi fermate alla tavolozza dei colori, il senso dell’opera vi scivola tra le dita.
Certo, da innamorato perso del testo greco, qualche lacrimuccia l’ho versata anche io.
- Ho patito l’assenza del gran rifiuto a Calipso (l’uomo mortale che, pur consapevole, snobba l’immortalità della dea per bramare i ritorni terreni).
- Ho cercato invano la meravigliosa astuzia del letto nuziale inamovibile.
- E, lo confesso, ho sofferto terribilmente l’eclissi di Nausicaa.
Ma sono i capricci dell’innamorato, le nostalgie fisiologiche di chi ha i propri passi prediletti. Tutto scompare di fronte alla mole e all’intelligenza di quest’opera, dove le sequenze delle Sirene (un’intuizione di una potenza abbacinante) e della Maga Circe sono, senza mezzi termini, dei piccoli capolavori assoluti.
Nolan non ha firmato solo un grande film, fatto di regie maestose e un sound design prodigioso: ha compiuto una colossale operazione culturale. Se uscendo dalla sala anche un solo ragazzotto, stordito dalle immagini, deciderà di scovare un’Odissea in libreria per toglierle la polvere, Nolan avrà vinto. Avrà dimostrato che i classici non appartengono alle teche polverose del passato, ma a chi ha l’ardire di interrogarli. E che ogni epoca ha il sacrosanto dovere di cercare, in quelle acque antiche, il proprio, inevitabile riflesso.



